Capoeira Angola

Rugendasroda

La capoeira angola è una delle manifestazioni più forti e distintive della cultura afro-brasiliana. Le sue radici affondano nell’esperienza della deportazione e della schiavitù, il suo fusto si intreccia con quattro secoli di storia del Brasile e oggi i suoi rami si estendono in tutto il pianeta.

Nella pratica della capoeira angola sono presenti elementi di lotta, gioco, danza, musica, mito, rituali e pedagogici. I movimenti insegnati sono tradizionali, ma ciascun capoeirista li riproduce seguendo la sua struttura fisica e la sua espressività. I movimenti eseguiti con il corpo sono in stretta relazione con la musica e il canto, che sempre accompagnano la pratica della capoeira angola.

Cenni sulla storia della Capoeira

La storia della capoeira è ancora oggi argomento di discussione, soprattutto per quanto riguarda il periodo che va dalle sue origini – generalmente collocate tra il XVI e il XVII secolo, periodo della prima fase di deportazione di schiavi africani nelle colonie brasiliane – fino all’inizio del XIX secolo, data cui risalgono i primi documenti ufficiali di polizia che descrivono dettagliatamente la pratica della capoeira.

Anche l’etimologia del termine “capoeira” è dibattuta. Secondo la teoria più accreditata, il termine deriverebbe dalla parola tupi (una delle lingue indigene brasiliane) caà-puêra, che indica la boscaglia (caà) rada (puêra), dove gli schiavi o gli africani fuggiti dalle piantagioni praticavano la capoeira.

Secondo diversi studiosi la capoeira trae le sue origini da una lotta-danza rituale chiamata N’golo o danza della zebra, praticata fin dai tempi antichi nel sud dell’Angola. Si tratta di una lotta praticata all’interno di un contesto rituale, come ad esempio nel caso del rito di passaggio dalla pubertà all’età adulta.

Gli schiavi giunti in Brasile praticavano la capoeira o “gioco di Angola” all’interno delle senzala, gli alloggi dove vivevano all’interno della fazenda. Coloro che riuscivano a fuggire dalle piantagioni, si rifugiavano nell’entroterra, protetti dalla folta vegetazione. Nacquero così diverse comunità autogestite, chiamate quilombos, che davano rifugio non solo agli africani in cerca di libertà, ma a tutti coloro che fuggivano dalla persecuzione delle autorità. Il più conosciuto e longevo fu il Quilombo dos Palmares, che alla fine del Cinquecento occupava una vasta area nella zona nordorientale del Brasile, e arrivò a contare fino a 30.000 abitanti. Fu il più emblematico dei quilombo e il suo mito si trasformò in moderno simbolo della resistenza degli africani alla schiavitù, grazie anche alla figura del suo famoso condottiero, Zumbi dos Palmares.

Manoel Henrique Pereira, conosciuto come Besouro Mangangá o Besouro Cordão de Ouro (Santo Amaro da Purificação, BA, 1897 ? – 1924) fu un’altra figura leggendaria ancora oggi simbolo di coraggio e di lotta dei deboli contro l’oppressione. Molte canzoni di capoeira narrano le vicende della sua vita. Besouro imparò la capoeira dal maestro Tio Alípio, un ex-schiavo di Santo Amaro da Purificação. Il suo apelido era Besouro, un coleottero simile al cervo volante. Mito e leggenda avvolgono la sua figura. Si narra che gli stessi Orixas avessero dato in dono a Besouro un ciondolo d’oro (da cui originò l’apelido “Besouro Cordão de Ouro”), che donava a Besouro il potere di avere il corpo fechado (“corpo chiuso”), ossia invulnerabile a qualsiasi attacco o arma. Solamente un coltello di ticùm (un legno nero considerato magico) avrebbe potuto penetrare il corpo fechado. Si credeva inoltre che Besouro fosse in grado di trasformarsi in un coleottero per fuggire dalle situazioni più difficoltose. La leggenda narra che Besouro, attratto in un tranello, fu ucciso proprio da un coltello di ticùm. Ma il suo mito è sopravvissuto e ancora oggi tramandato attraverso i canti di capoeira come simbolo di lotta e resistenza.

Una caratteristica comune ai diversi luoghi e periodi della pratica della capoeira in Brasile è stata la sua repressione da parte delle autorità. Espressione della resistenza culturale e fisica di una minoranza emarginata, disprezzata e temuta – gli schiavi deportati dall’Africa e i loro discendenti – anche dopo la sua legalizzazione, avvenuta nel 1934, era vista con sospetto tanto dai governanti, quanto dalla borghesia.

Due figure in particolare hanno segnato la storia della capoeira moderna più di chiunque altro. Negli anni Trenta Mestre Bimba (Manoel dos Reis Machado – Salvador, BA, 23/11/1899 – 5/2/1974) diede vita a un nuovo modo di praticare la capoeira, da lui denominata Luta Regional Baiana, inserendola nel discorso “sportivizzante” dell’epoca dello Stato Nuovo di Getulio Vargas. Fino a quel momento, infatti, la capoeira veniva praticata principalmente per strada ed era considerata una pratica propria dei discendenti di schiavi, di soggetti marginali e appartenenti alle classi più povere. Bimba portò la capoeira via dalle strade, dentro le academias, veri e propri centri sportivi; introdusse un sistema di graduazioni e un metodo di insegnamento codificato, che includeva la formadura (il diploma). Inoltre, per renderla più combattiva, efficace e spettacolare, introdusse elementi provenienti da altre tradizioni e arti marziali, come il batuque, il ju-jitsu e il karate. Se da un lato la rivoluzione di Mestre Bimba viene vista da alcuni come una opportunità, che ha permesso alla capoeira di uscire dallo stato di marginalità, guadagnando riconoscimento pubblico e diffusione in tutto il mondo, dall’altro, invece, alcuni considerano questa evoluzione una decaratterizzazione della capoeira tradizionale, per renderla più accettabile alle classi medio-alte, in maggioranza bianchi di discendenza europea, tralasciando gli elementi di matrice africana, nucleo centrale della capoeira.

Negli stessi anni, Mestre Pastinha (Vicente Ferreira Pastinha – Salvador, BA, 5/4/1889 – 13/11/1981) svolse un ruolo altrettanto fondamentale, ma facendo leva sulla valorizzazione degli aspetti tradizionali della capoeira. Egli cercò infatti di preservare, per quanto possibile nell’inevitabile processo di evoluzione storica della capoeira, gli elementi di matrice africana e popolare, come resistenza alla “sportivizzazione” della capoeira. La tradizione da lui portata avanti prese il nome di Capoeira Angola, il “jogo de Angola” tramandato attraverso gli schiavi africani. Pastinha raccontava di avere appreso questa arte quando era bambino da un afro-discendente di nome Benedito. A partire dagli anni Quaranta, grazie al suo determinante apporto, la capoeira angola iniziò a organizzarsi, con la nascita del Centro Esportivo di Capoeira Angola (CECA).  Pastinha definiva la capoeira come uno sport e ne esaltava l’aspetto ludico, dando grande rilievo al canto e alla bateria. I concetti di brincadeira (gioco, scherzo, divertimento), di lealtà e rispetto nel gioco sono enfatizzati proprio in contrapposizione alla violenza della capoeira di strada. L’aspetto ritualistico derivante dal candomblé è un altro punto centrale nell’intervento di Pastinha: le modalità di entrata e uscita dal gioco, l’organizzazione dello spazio “consacrato” della roda, i contenuti e la struttura della musica. In sintesi, Pastinha ha fornito – o, meglio, sistematizzato – all’interno della capoeira un impianto filosofico-pedagogico, basato sulla ludicità, sul rispetto, sulla lealtà e solidarietà, dando grande valore alle sue radici africane.

La capoeira è praticata oggi, nelle sue diverse forme e stili, in tutti e cinque i continenti in un gran numero di Paesi. È utilizzata come strumento di sviluppo psicofisico, di integrazione sociale e pedagogico. I benefici derivanti dal movimento del corpo, l’espressione musicale, i valori universali che ne costituiscono la filosofia, la visione spirituale della realtà e il profondo legame con l’esperienza della schiavitù e della liberazione rendono la capoeira uno strumento universale di crescita ed evoluzione.